images-1Alla fine -e che paradossale fine, è proprio il caso di scrivere- l’unica figura viva e credibile e ferocemente contemporanea di questa seconda tappa dello Sfestival di Sanremo è stata quella di Carla Birignaux Brunì.
Un simbolo vero, almeno, di ciò che è utile nell’anno 2013 per imporsi all’attenzione del mondo, e finire visto che ti pagano all’Ariston tra frate Fazio e la zanzara Luciana.
Serve, dopo una carriera da noiomodella, un quarto di bellezza post giovanile, un quarto di incapacità cronica di cantare e suonare, ancora un quarto di arroganza ex presidenziale; e soprattutto, attenzione, un quarto di consapevolezza che il nulla cosmico piace da pazzi al pueblo, quando condito con maestria.
Dunque coraggio amici, urliamo tutti in coro «Viva madame Brunì!». Evviva i suoi vezzi (monte)napoleonici e quel suo fingere di avere paura, in scena, che tanto recita per i diseredati e titolari di mutui a tasso variabile.
Anche perché, per il resto, la seconda stazione della Via Telecrucis sanremese ha offerto soltanto scampoli di passato, brandelli di una memoria cinica dove l’icona di Modugno è stata (ab)usata per lanciare una fiction, consentendo all’abate Fazio di evocare quel gigante con un confidenzievole «Mimmo».
Lo stesso «Mimmo» che, se la morte non lo avesse sgambettato, sarebbe corso al capezzale del presente Festival dove il b(l)uffissimo Tricocristicchi canta i rimpianti per Laura Antonelli, e Max Gazzè si strugge per il suo amore verso una iena manager.
Certo, sulla carta ci sarebbe pure il reparto comici, a garantire un po’ di allegria. Ma ieri era il turno del Marcorè sbagliato; non quello che si esalta bistrattando Gasparri, ma l’altro Neri in versione soffice, impegnato nell’interpretazione del già caricaturale Alberto Angela.
Così la sera è diventata presto notte senza uno scatto d’orgoglio, un minuto che fosse uno in cui sull’Ariston piovessero applausi veri, e congratulazioni sincere per un’idea o una canzone.
Ostaggi del noia-style, increduli davanti al giovin Rubino che sprecava la sua quota gay buttando lì un retorico «amami uomo/con le mani da uomo/toccami fiero/come un vento leggero», abbiamo visto cose che nemmeno Giacobbo:
olimpioniche della scherma impacchettate come top model kosovare, mastercuochi con la faccia da Cracco dare masteresempi di masterantipatia.
Per non parlare dello spirito littizzesco, pronto a rientrare dentro il guscio del conform quando era l’ora di porgere la domanda delle domande: «Sei emozionato?…».
No, signora, no che non era emozionato il cantante davanti al microfono.
Era dispiaciuto come noi tutti, invece, l’interprete di livello medio, perché in questa fanghiglia canora anche i campioni appaiono corpi alieni; incapaci, nonostante l’impegno, di riscattare la degenerazione in atto.
Poco conta, dunque, la bella prova del solito Elio e delle sue Storie sempre più tese.
Ormai è lontana la loro terra dei cachi. Ora sono soltanto una foglia di ficus, sfoggiata con gusto negli uffici di viale Mazzini.
GLI ANTENNATI di Riccardo Bocca

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